“Il lavoro di vivere”: un meraviglioso Carlo Cecchi ci fa scoprire il talento di Hanoch Levin. Al Teatro Piccolo Eliseo di Roma

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Che meraviglia vedere su un palcoscenico un grande attore come Carlo Cecchi e una regia riuscita come quella di André Ruth Shammah, che hanno il merito di averci fatto conoscere un autore interessantissimo come l’israeliano Hanoch Levin e il suo bellissimo “Il lavoro di vivere”. La vicenda è semplice: una coppia non più giovane e sposata da oltre 30 anni vive con stanchezza e inerzia una vita ormai pallida e ridotta a convenzioni. Una notte, nel letto nuziale, lui, Yona, pare (e sottolineo pare) colto dall’impeto di andar via e di costruirsi una nuova vita, inveendo contro quella donna così ordinaria e sfiorita con cui ha perso troppo del suo prezioso tempo. Lei, Levina, più consapevole, cerca di dissuaderlo, sfoderando le ultime e ingenue armi seduttive che le son rimaste e minacciando più volte il suicidio. Eppure Yona sembra poco interessato al dolore di lei, ne è abituato, vuol solo fare le valigie e andar via, dove non si sa, purché via dalla claustrofobia di quella camera da letto.  Quella in scena è la tragedia di due persone comuni, tristi eppure inesorabilmente legate, masochiste, ma anche così tanto vicine alla nostra realtà. Non è difficile ritrovare molte delle dinamiche messe in scena dai due splendidi attori (oltre a Cecchi una bravissima Fulvia Carotenuto) nelle nostre famiglie. Lo spettatore ride, spesso di gusto, eppure il riso è amaro, come amaro non può che essere l’epilogo di questo gioco al massacro più patetico che feroce. Un massacro fra due persone che, pur fra insulti e rimproveri, si sono comunque amate e che probabilmente ancora si amano, pur vivendo dolorosamente nel rammarico di una vita trascorsa senza raggiungere ciò che realmente desiderano. Fondamentale è inoltre l’entrata in scena di un terzo personaggio, Gunkel, amico (o è meglio dire conoscente?) della coppia, bisognoso di un minimo di calore umano che nessuno vuol dargli e che viene accolto con freddezza ed egoismo dai due coniugi, che non vedono l’ora di sbarazzarsene. Ostentando (e miseramente fingendo) una superiorità di stato emotivo rispetto a chi, diversamente da loro, mostra con disarmante sincerità la sua solitudine e la sua fragilità. Insomma, tra ironia e disperazione, uno spettacolo assolutamente da non perdere, coinvolgente, profondo, completo, vitale.

Alberto Leali

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