“Il padre d’Italia”: due interpreti straordinari in un film alla Dolan

Torino. Una notte Paolo e Mia si incontrano per caso dopo un incidente in discoteca. Lui è un 30enne solitario e taciturno, che vive tutt’altro che serenamente la propria omosessualità; lei un vulcano di energia e trasgressione dai capelli tinti di rosa e al sesto mese di gravidanza. Quasi senza accorgersene, i due si ritrovano in giro per l’Italia (Roma, Napoli, Reggio Calabria) a bordo di un furgone, alle prese con un viaggio imprevisto e importante che segnerà non poco le loro vite. Al suo secondo lungometraggio di finzione, Fabio Mollo, noto anche per aver realizzato il bel documentario “The young Pope: A tale of filmmaking”, si cimenta in una storia di grande sensibilità, riflettendo non solo su cosa significhi essere genitori in un futuro dai contorni incerti e instabili, ma soprattutto scandagliando con grande delicatezza e onestà la natura complessa e multiforme dell’essere umano. Servendosi di due attori meravigliosi come Isabella Ragonese e Luca Marinelli che ci regalano due interpretazioni da applauso, Mollo disegna due personaggi contrapposti ma che diventano due facce della stessa medaglia: due anime che per caso si riconoscono, si fidano, si donano, si completano. Due angeli custodi che si prendono cura l’uno dell’altro con dolcezza e gratitudine e che riescono insieme a colmare le rispettive lacune e i rispettivi bisogni. Nasce quindi un amore che va ben oltre la sessualità, il genere, i vincoli sociali e le classiche dinamiche di coppia, un amore che è anch’esso un viaggio, un viaggio dirompente dentro se stessi, per capire a fondo chi realmente si è e cosa si vuol fare della propria vita. E così la razionalità chiusa e introversa di Paolo incontrerà l’esuberanza impulsiva e incontrollata di Mia, creando un’armonia inedita e complice, che contempla, però, anche le loro fragilità, le loro mancanze e le loro paure. Il percorso insieme avrà esiti diversi per ognuno di loro, ma Mollo non giudica mai i suoi protagonisti, li segue anzi con grande attenzione e discrezione, esplorandone con finezza i volti e i corpi. Gli interrogativi che pone allo spettatore sono tanti, ma lascia parlare le immagini, lasciandoci riflettere su tematiche di grande urgenza e necessità. Mollo afferma di aver tratto ispirazione per la sua storia dall’intramontabile capolavoro di Ettore Scola “Una giornata particolare” e dall’intimo e bellissimo “Il ladro di bambini” di Gianni Amelio, ma viene in mente, specie per lo stile utilizzato, un altro film di grande pregio, firmato dall’enfant prodige del cinema canadese Xavier Dolan, l’intenso “Laurence anyways”. Lo si vede non solo dalla scelta dell’inconsueta coppia protagonista, ma anche dalla ricercata cura formale, dall’uso insistito dei primi piani e soprattutto dall’intrigante colonna sonora, che mescola sonorità electro-pop, incursioni anni ’80 e pezzi cantati persino dai due protagonisti (gli Smiths per la Ragonese e Loredana Berté per Marinelli). Certo, alcune scene come Marinelli che si fa truccare gli occhi e canta “Non sono una signora” (non lo aveva già fatto in “Lo chiamavano Jeeg Robot”?) sono un po’ gratuite e a volte l’eccesso di simboli e la ricercatezza delle immagini diventano un po’ stucchevoli, ma “Il padre d’Italia” è un film prezioso, importante e soprattutto inedito nel panorama cinematografico italiano.

Roberto Puntato

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