“Ozzy, cucciolo coraggioso”: inno alla libertà e alla solidarietà citando i prison-movie

Ozzy è un simpatico cucciolo di beagle che vive una vita serena e piena di comfort presso la famiglia dei Martins, fino al giorno in cui i suoi padroni devono partire per Tokyo a causa di un importante impegno di lavoro. Pur se con dispiacere, i Martins cercano una temporanea sistemazione per il loro cucciolo, di cui pare nessuno, tra amici e parenti, voglia prendersi cura nel periodo della loro assenza. Grazie a un invitante spot alla tv, la famiglia viene a conoscenza di un residence per cani extra lusso (con tanto di sauna e sala massaggi!) gestito da un proprietario (all’apparenza!) docile e amabile. Convinti di lasciare Ozzy in ottime mani, i Martins partono per il Giappone, mentre il cucciolo dovrà presto rendersi conto di essere finito nel peggiore degli Inferni, che nasconde sotto una ingannevole scorza paradisiaca una terrificante prigione canina in stile Alcatraz.Inizia così una trafila di disavventure e di angherie che spingerà Ozzy a trovare in se stesso, e nell’aiuto di chi come lui vive quella prigionia, la forza di resistere e di sopravvivere. Lo spagnolo Alberto Rodriguez, nominato all’Oscar nel 2009 per il corto animato “L’incredibile storia della mia bisnonna Olivia”, realizza con “Ozzy- Cucciolo coraggioso” un film allegro, spigliato e avventuroso che non mancherà di divertire i più piccoli ma anche chi li accompagnerà. Seguendo, infatti, le avventure di questo piccolo beagle che deve trovare il coraggio di affrontare mille pericoli e mille difficoltà, Rodriguez cita con gustoso diletto classici del cinema carcerario come “Fuga da Alcatraz”, “Fuga per la vittoria”, “Il buco”, “Le ali della libertà”, “Nick mano fredda”, “La grande fuga”, mettendo in scena non solo tutte le dinamiche che sono alla base dell’ambiente di reclusione, ma anche una serie di personaggi animali riuscitissimi. Troviamo così l’occhialuto bassotto Hot Dog, compagno di cella del nostro Ozzy, che non fa che progettare fughe che non vanno mai a buon fine; l’anziano e rassegnato Scheggia, convinto che ribellarsi alla legge del carcere sia inutile e controproducente; il silenzioso (nel senso che non spiccica parola, ma in compenso fa molto rumore) Rutto, che vive nel ricordo del mare e della bontà del suo padrone; il severo e temibile direttore del carcere Roccia, totalmente asservito ai suoi padroni umani e incubo di tutti i detenuti sotto la sua supervisione; e infine il divertentissimo e inedito boss Don Vito (la citazione “corleonese” è palese), un chihuahua duro e senza scrupoli, in perenne sfida con Roccia per l’esercizio del potere nel carcere-canile e che non mancherà di sfruttare le qualità di Ozzy per i suoi scopi. Quello di Ozzy è un viaggio verso la crescita personale e verso la scoperta di lati di sé che fino ad allora erano rimasti nascosti grazie a una vita lontana dalle difficoltà (il coraggio, la resistenza, l’astuzia, la caparbia, la fiducia in sé stesso e negli altri, la solidarietà e l’aiuto reciproco, le doti atletiche); un vero e proprio percorso di iniziazione che porterà a una maggiore consapevolezza di sé e di quelle che sono le cose importanti della vita, in primis la libertà, l’affetto, la lealtà, l’amicizia e la famiglia. La contrapposizione tra il focolare domestico dei Martins e la reclusione nel carcere-canile è sottolineata dal contrasto cromatico fra i due ambienti e dal design scelto per rappresentarli: troviamo quindi il classico quartiere residenziale americano dai colori pastello e illuminato dal calore del sole contrapposto alla freddezza squadrata e al grigiore di una prigione dagli echi fortemente cinematografici. Siamo lontani dalla profondità e dalla perfezione formale dei lavori Pixar, ma ci troviamo comunque di fronte a un buon prodotto d’animazione, dai messaggi forti e universali, dal ritmo spedito e dall’intrattenimento assicurato.

Roberto Puntato

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