‘La luce sugli oceani’: un melò d’altri tempi per Fassbender e Vikander

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Derek Cianfrance, regista di ‘Blue Valentine’e ‘Come un tuono’, traspone per il cinema il bestseller di M.L. Stedman, ‘La luce sugli oceani’, affidando a Michael Fassbender e ad Alicia Vikander il ruolo dei protagonisti. Fassbender interpreta Tom Sherbourne, veterano di guerra che trova lavoro come guardiano del faro nella disabitata isola di Janus Rock; la Vikander è sua moglie Isabel, disperata per non essere riuscita a portare a termine due gravidanze e per non aver potuto realizzare il suo desiderio di essere madre. Un giorno la coppia trova una neonata in una barca alla deriva e, dopo molti dubbi e soprattutto dopo l’insistenza di Isabel, decide di non denunciarne il ritrovamento, ma di allevarla come se fosse figlia loro. La vita dei tre scorre felicemente finché Tom non scoprirà l’identità della vera madre della bambina (Rachel Weisz) e non sarà assalito dai sensi di colpa. Legato a tematiche intime e famigliari sin dai suoi esordi, Cianfrance, qui al suo primo adattamento da romanzo, continua il suo percorso di esplorazione nella vita di coppia, concentrandosi stavolta su un amore intenso e passionale, ma anche solitario e al di fuori del contesto sociale. Tom, che all’inizio del film pare votato a una solitudine che funge da terapia agli orrori vissuti in guerra, viene invece travolto dall’amore di Isabel, che, grazie alla sua freschezza, alla sua vivacità, alla sua bellezza e alla sua sincerità d’animo, diviene per l’uomo il risveglio di emozioni sopite. Isabel segue i suoi impulsi con veemenza, nel bene e nel male: la sua decisione di far finta che la bambina sia figlia sua è dettata dalla voglia di abbandonarsi totalmente a quell’istinto materno che fino ad allora il destino le aveva impedito di soddisfare. Ma la coppia non ha fatto i conti con la coscienza e il senso del dovere, che presto chiederanno la resa dei conti, distruggendo quel futuro roseo che l’arrivo della piccola aveva fatto prospettare. Ed è qui che diventa essenziale il personaggio di Hannah interpretato dalla Weisz, donna dal cuore spezzato per la perdita del marito e della figlia, ma che in realtà non ha mai perso del tutto la speranza: passando dal disprezzo al dolore, dallo sgomento alla riconciliazione, Hannah sarà per i coniugi Sherbourne elemento di distruzione e al contempo di redenzione e rinascita. Quello di Cianfrance è un melodramma d’altri tempi dalla impostazione classica, che ricorda per certi versi le atmosfere di ‘Lezioni di piano’ (le suggestive riprese in Nuova Zelanda), per altri le girandole di sentimenti dei lavori di Douglas Sirk (‘Lo specchio della vita’, ‘Come le foglie al vento’), per altri ancora i drammoni tra deserti e montagne di Anthony Minghella. Nel complesso, il film è un melò dignitoso, che pur non apportando particolari innovazioni a un genere oggi non più in voga, è illuminato dalla bella fotografia di Adam Arkapaw ed è interpretato da tre bravi attori, anche se non nelle loro interpretazioni più convincenti. Se si è rimproverato al regista un eccesso di melassa, bisogna considerare che questa era già presente in dosi massicce nel romanzo d’origine e che forse è stata proprio questa a decretarne il successo. In sintesi, ‘La luce sugli oceani’ è un film non entusiasmante (lungaggini ed eccessi piagnucolosi sono innegabili), ma nemmeno così terribile come lo hanno definito in molti, soprattutto dopo la visione alla Mostra del cinema di Venezia dove è stato presentato. Certo un passo indietro rispetto ai precedenti lavori di Cianfrance, ma non ci sentiamo di essere troppo severi. Magari aspettiamo il suo prossimo film per dare un giudizio più definito.

Alberto Leali

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