‘SFashion’: la via crucis di un’imprenditrice di moda in crisi

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Evelyn è una giovane imprenditrice di moda che porta avanti, con l’aiuto del fedele amico ed esperto contabile Bartolomeo, la storica azienda di famiglia ereditata dall’amato nonno, uomo forte e dalle grandi capacità professionali. Purtroppo, però, a causa della profonda crisi finanziaria che attraversa l’Italia, anche l’azienda di Evelyn è in gravi difficoltà e per scongiurarne il fallimento, la donna è costretta a chiudere alcuni comparti e a ridurre il personale, suscitando le feroci reazioni dei suoi dipendenti. Per Evelyn sarà l’inizio di un terribile calvario. È uno strano prodotto questo ‘SFashion’, film a basso costo del regista Mauro John Capece, che ha al suo attivo diversi anni nella Factory di Andy Warhol e un brillante passato da fotografo a New York. E il suo background è pienamente riconoscibile in questo film, che sicuramente fa macchia nell’attuale panorama cinematografico italiano. Perché questo curioso esperimento di video arte e cinema introspettivo può risultare per molti irritante e respingente, ma non manca certo di coraggio e di un suo fascino allucinato. La scarna e lineare vicenda, ambientata nel mondo della moda, diviene infatti il pretesto per scavare nell’interiorità tormentata della protagonista, interpretata da Corinna Coroneo, che è anche sceneggiatrice assieme a Capece, e per mostrarne il delirio psichico attraverso sequenze pregne di angosciosa inquietudine. Lo stile di Capece è ciò che più colpisce: ‘SFashion’ è infatti una masturbazione estetica che non si preoccupa affatto di piacere al pubblico, ma anzi lo turba, lo stordisce, lo spiazza, sbattendogli in faccia gli incubi e le paure di Evelyn, che divengono le surrealistiche tappe di una personalissima e dolente via crucis. E così il senso di inferiorità rispetto al talento e al carisma del nonno, la frustrazione per non riuscire ad arginare una situazione che sfugge a ogni controllo e a ogni sforzo, il senso di colpa per non poter salvare i suoi dipendenti da un licenziamento necessario e una solitudine massacrante danno vita a incubi di ispirazione lynchiana, ad immaginari colloqui con un albero malefico, a malinconici flashback infantili e a brucianti accuse oniriche provenienti proprio dalle persone più care ed amate. Un film difficile e faticoso, che forse non piacerà quasi a nessuno, ma che è meritevole di attenzione perché totalmente libero dai tradizionali schemi narrativi e stilistici del cinema di casa nostra, essendo più vicino, semmai, a un certo tipo di filmografia ‘indie’ americana, che non ha paura di affermare il suo essere ‘oggetto per pochi’. E soprattutto un film nerissimo e pessimista, che racconta, senza edulcorarla, un’umanità destinata al dolore, ma che non perde la sua dignità, pur non avendo più la forza e la voglia di lottare. Lo ‘sfascio’ del titolo è anche quello di un Paese che non può che arrendersi alla dolorosa presa di coscienza della sua inevitabile disfatta: e la moda, l’orgoglio italiano, viene brutalmente calpestata e con lei tutti gli onesti imprenditori, come Evelyn, che nonostante sforzi e talento, vengono mortificati da un sistema impietoso e indifferente. Un film non certo da consigliare a tutti, ma a chi ha voglia di vivere un’esperienza visiva nuova e che, nel bene e nel male, non lascia indifferenti.

Alberto Leali

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