‘L’altro volto della speranza’: Kaurismaki fa di nuovo centro col suo stile stralunato. Ma il messaggio politico è forte

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Fa di nuovo centro il maestro finlandese: ‘L’altro volto della speranza’, Orso d’argento a Berlino per la miglior regia, è un Kaurismaki doc, che ci fa sorridere e riflettere con quella tenera e laconica umanità che gli è propria. Khaled è un rifugiato siriano che ha raggiunto Helsinki, dove ha presentato senza successo una domanda di asilo. Wilkström è un commesso viaggiatore che vende cravatte e camicie da uomo, ma che un bel giorno decide di lasciare la moglie e, grazie a una improvvisa vincita al gioco, di rilevare un ristorante nella periferia della città. I due si incontreranno per caso e si daranno una mano nel risolvere le rispettive difficoltà. Continua l’affettuoso e riuscito viaggio di Kaurismaki nel mondo dei suoi emarginati, toccando ancora una volta, dopo ‘Miracolo a Le Havre’, un tema di grande attualità come quello della immigrazione (stavolta riguardante i ‘temuti’ profughi siriani). La grazia, il calore umano, la stralunata casualità sono gli stessi di sempre e forse non c’è modo migliore per rendere l’assurdità del mondo che ci circonda ma anche la naturalezza e al contempo la complessità dei rapporti umani. Perché nonostante l’immancabile stile antinaturalista, la paradossalità delle azioni dei personaggi, l’ironica imperscrutabilità dello sguardo, il messaggio politico di Kaurismaki è forte e chiaro: e ciò che continua a vincere, anche in un mondo dominato da razzismo, noncuranza, odio e ingiustizia, sono l’amicizia, l’onestà, la solidarietà. Nessuna retorica, nessun grido arrabbiato: solo il racconto di una umanità buona che si aiuta e si protegge, nonostante attorno a sé regni un male immotivato e aberrante. Ed in particolare in una società in cui giustizia e burocrazia non vogliono riconoscere il dramma dei profughi di Aleppo, in cui ancora proliferano i gruppi neonazisti o in cui gli stranieri vengono cacciati a pedate, ma la moda dei ristoranti etnici è più rigogliosa che mai. Un film positivo e mai come oggi così necessario, attualissimo eppure stilisticamente fuori dal tempo. Divertentissime tutte le scene ambientate nel ristorante, destinate a diventare dei cult assoluti della filmografia del regista.

Alberto Leali

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