Rendez-Vous. La seconda giornata è dedicata a Diane Kruger. ‘Les adieux à la reine’ e la nostra intervista all’attrice

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Seconda giornata del Rendez-Vous dedicata alla bellissima e talentuosa attrice Diane Kruger, che ha incontrato il pubblico del festival al Cinema Fiamma e ha concesso a noi di Zerkalo spettacolo una generosa intervista all’Hotel Sofitel di Via Lombardia, che troverete in fondo alla pagina.

Di nascita tedesca, nel paesino di Algermissen, ma francese di adozione, l’attrice vive attualmente fra Stati Uniti e Francia, parla ottimamente quattro lingue, e passa dall’intimismo del cinema d’autore, ai blockbuster made in Hollywood, alla serialità televisiva (The bridge, Fringe, Duelles). Una carriera artistica versatile e prolifica, che però non inizia col cinema, bensì con la danza e soprattutto con la moda, divenendo il volto di maison prestigiose come Yves Saint Laurent, Louis Vuitton, Chanel e Christian Dior. Ed è a Parigi che inizia a studiare recitazione, ma il suo primo ruolo, già da protagonista, lo conquista in una produzione americana accanto a Dennis Hopper e Christopher Lambert nel thriller The Piano Player. Da allora non si ferma un attimo e gira un notevole numero di pellicole con importanti registi europei (Cédric Klapisch, Agniezska Holland, Bille August, Guillaume Gallienne, Gabriele Muccino) ed americani (Wolfgang Petersen, Quentin Tarantino, John Turteltaub).

Il Rendez-Vous dedica all’attrice un focus di tre film, in cui la vediamo calarsi con disinvoltura in tre ruoli di donna e in tre generi filmici molto diversi fra loro, a dimostrazione della sua grande versatilità artistica. ‘Les adieux à la reine’, film in costume che racconta il rapporto fra la regina Maria Antonietta e la sua lettrice Sidonie Labord sullo sfondo dello scoppio della rivoluzione; ‘Sky’, storia intensa sul coraggio di una donna che sceglie di abbracciare la libertà e di smettere di subire la vita, e ‘Maryland’, thriller teso e allucinato su un soldato francese tornato dall’Afghanistan e affetto da stress post-traumatico e paranoie.

Noi di Zerkalo spettacolo abbiamo visto ‘Les adieux à la reine’ del regista Benoit Jacquot, che ha fatto seguito all’incontro di Diane Kruger col pubblico del Rendez-Vous al Cinema Fiamma.

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Il film è affascinante e raffinato, sensibile e seducente, tutto giocato sul volto e sui tumulti interiori della sua protagonista, una bravissima Léa Seydoux, nei panni della lettrice personale della regina Maria Antonietta, interpretata con intensità dalla Kruger. La macchina da presa mobilissima e instancabile di Jacquot segue la fedele e servile Sidonie, pronta a compiacere in ogni modo i capricci e i desideri della sua sovrana, per amore della quale sarà capace di annientare se stessa. Dall’altro lato c’è Maria Antonietta, avvolta in un mondo di futilità, intrighi, invidie, pettegolezzi, vizi e rituali, che soffre per il suo contrastato rapporto con l’amata protetta Gabrielle di Polignac, che vede come l’unica fonte di bellezza e gioventù tra le file di una nobiltà inerme, ipocrita e incancrenita. Jacquot disegna un complesso e sfaccettato gioco di attrazione e potere fra donne, che incanta quasi quanto la brillante messa in scena nel sontuoso scenario della reggia di Versailles. I rapporti di classe vanno di pari passo con quelli sadomasochistici ed egoistici dei sentimenti: e Versailles appare come il simulacro di un potere ottuso, altezzoso e decadente che rivela nella sua frustrante gestualità il lato grottesco e mortifero di un’umanità votata all’autodistruzione. Così la capricciosa e inesperta regina di Francia imparerà a sue spese il dolore del tradimento, e che quel mondo dorato, in cui si sentiva protetta e isolata dalla sporcizia delle strade parigine, è destinato inesorabilmente a finire. E Sidonie, che vediamo più volte immersa in un’atmosfera da incubo ad occhi aperti, tra i corridoi bui ed affollati del palazzo, in cui vagano vecchi nobili terrorizzati dalle liste per la ghigliottina a cui sono destinati, ci conduce verso la fine, sanguinosa e terrificante, di un’epoca. Jacquot lascia volutamente fuori campo il popolo e gli avvenimenti storici, che giungono pertanto come voci confuse e imprecise alle orecchie impaurite del brulicante microcosmo della reggia.

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LA NOSTRA INTERVISTA A DIANE KRUGER

ZS: Nel film “Les adieux à la reine” di Benoit Jacquot la vediamo nelle vesti di una inedita Maria Antonietta, che si mette intimamente a nudo dinanzi alla macchina da presa. Cosa l’ha spinta ad accettare il personaggio? E ci sono elementi comuni fra lei e Maria Antonietta?

DK: Benoit Jacquot è un maestro in Francia, e per me che non sono francese è stato un onore lavorare con lui. Amo i suoi lavori, ha realizzato grandi film con le più grandi attrici francesi. In realtà ero un pò turbata quando mi fu proposto di interpretare il ruolo di Maria Antonietta, un personaggio controverso e fondamentale nella storia della Francia. Poi finalmente ho detto sì, perchè il film non giudica in nessun modo Maria Antonietta, né in positivo né in negativo. Difficile comunque è stato trasportare nel film, che è molto parlato, la lingua di Molière, che invece non era molto discorsiva. Quanto agli elementi in comune fra me e Maria Antonietta (ride), beh, gli unici sono la data di nascita, il 15 luglio, il nome di mia madre, Maria Antonietta, e la lingua d’origine, il tedesco.

ZS: Lei è un’artista internazionale che ha girato molti film in Francia, Germania e Stati Uniti, pensa che il cinema si possa considerare un linguaggio universale o che cambi a seconda dei vari Paesi?

DK: Penso che ad essere universali siano le storie degli uomini e delle donne. Abbiamo culture diverse, ma abbiamo tutti le stesse gioie e le stesse angosce. In ogni Stato si fanno film differenti: in questo momento in America, per esempio, i film sono nelle mani dei grossi studi di produzione, che realizzano principalmente dei divertissement per adolescenti, ed è spesso la televisione che riempie quel vuoto lasciato dal cinema. Ciò che invece amo nel cinema francese è la capacità di descrivere la quotidianità e l’intimità, attraverso storie in cui è facile immedesimarsi.

ZS: Il suo percorso artistico è molto versatile, passa da produzioni low budget a grandi prodotti hollywodiani ed ha preso parte anche a serie televisive. Qual è a tal proposito il suo rapporto con la televisione e quali differenze riscontra col cinema?

DK: Ho l’impressione che tutti negli Stati Uniti facciano serie televisive perchè per noi artisti è una grande opportunità, c’è meno controllo rispetto al cinema, si osa di più e tutto è meno commercializzato e più visto. Si hanno tanti set e c’è tanto tempo per girare. Anche i ruoli per noi donne sono più profondi, quindi si ha la possibilità di interpretare personaggi incredibili che è molto difficile vedere al cinema. Mi è piaciuto molto fare televisione.

ZS: Lei è nata in Germania, ma vive tra gli Stati Uniti e la Francia. Se potesse scegliere, quale sarebbe la sua nazionalità ideale?

DK: E’ difficile dirlo, mi sento straniera ovunque io vada.

ZS: Che differenze riscontra fra un regista uomo che tratta storie di donne ed una regista donna che parla di donne?

DK: I punti di vista sono ovviamente differenti, però ci sono dei registi uomini, come Benoit Jacquot, per esempio, che sono geniali proprio perché hanno uno sguardo attento e amorevole sulle donne senza paura di entrare nelle loro paranoie o isterie, cosa che di solito gli uomini non amano, mi capisce… (ride). Le registe donne, almeno quelle con cui ho finora lavorato, sono molto più esigenti ed entrano in maniera più rapida nella profondità delle cose.

ZS: Per la prima volta, nel film ‘Sky’, la vediamo come co-produttrice. Come si è trovata a ricoprire questo ruolo e pensa in futuro di tornare a ricoprirlo?

DK: Molto bene, anche perché con la regista Fabienne Berthaud avevo già lavorato, ma nel ruolo di attrice, in altri due suoi film. ‘Sky’ è stato quindi il nostro terzo film insieme. Abbiamo girato negli Stati Uniti e ho partecipato anche ai casting. Attualmente invece ci stiamo occupando di una serie televisiva sulla vita di Hedy Lamarr. Penso che la televisione sia il mezzo più giusto per realizzare questo tipo di prodotti perché offre più piattaforme, più possibilità ed arriva subito alla gente. Ma è un percorso lungo e costa tante energie, è già da due anni e mezzo che stiamo sviluppando questo progetto e penso che a breve sarà finito.

ZS: Ci può dire qualcosa del film che ha girato con Fatih Akin?

DK: Beh, finalmente un film in lingua tedesca, è strano no? Il primo, dopo 10 anni dall’inizio della mia carriera. Ci siamo incrociati a Cannes 5 anni fa, e gli ho detto ciò che pensavo di lui, visto che è sempre stato uno dei miei registi preferiti. Così ha scritto una parte per me in un film che amo molto. È la storia di una donna tedesca legata a un uomo turco, con cui ha un bambino, che a causa di una bomba scoppiata nel conflitto turco-tedesco perderà entrambi. La storia è molto dura ed ispirata a fatti reali. Ancora oggi è in corso un processo.

ZS: Il suo percorso artistico è iniziato giovanissima come ballerina, il cinema è venuto dopo. È stato un incontro casuale o ha mai pensato al cinema sin dalla tenera età?

DK: No, non ci pensavo affatto, non sapevo neanche come poterlo fare. Mentre facevo la modella a Parigi, un giorno mi ritrovai con alcuni attori, che mi dissero ‘tu dovresti fare l’attrice’, perchè in effetti ero troppo bassa per fare la modella. Successivamente ho scoperto com’era il cinema francese e mi sono detta ‘perchè no? proviamoci’. E con un pò di coraggio ho iniziato a farlo.

ZS: Ci sono dei registi italiani con cui le piacerebbe lavorare?

DK: Amo molto Paolo Sorrentino e i suoi La Grande Bellezza, Youth e The Young Pope, quindi mi piacerebbe molto fare un film con lui.

ZS: ‘Sky’ è un film molto intimo e realistico, mi domandavo se si è riconosciuta nel personaggio della protagonista.

DK: Fabienne, la regista, ha uno stile documentaristico e per niente classico, un po’ alla Terrence Malick. Ciò dà l’impressione, piuttosto scioccante, che filmi dei momenti di vita rubati, ma io nella vita reale non sono affatto come la protagonista del film. Anzi posso dire che è un personaggio che non mi somiglia per niente.

Alberto Leali e Roberto Puntato

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