‘Personal Shopper’: Kristen Stewart alla ricerca di se stessa tra moda, fantasmi e sms. Un Assayas in gran forma

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È un film complesso, inclassificabile e terribilmente affascinante il nuovo ‘Personal Shopper’ di Olivier Assayas, accolto in maniera contrastante all’ultimo festival di Cannes, dove ha vinto il premio per la regia, ma che si può sicuramente annoverare fra i suoi prodotti migliori di sempre. Il film ruota attorno al personaggio della personal shopper Maureen, interpretato da Kristen Stewart, presente anche nel precedente lavoro del regista francese ‘Sils Maria’, che ha da poco perso il fratello gemello Lewis a causa di una disfunzione cardiaca congenita, da cui anche lei è purtroppo affetta. Maureen però è anche una medium, che cerca un contatto con l’aldilà per potersi riappacificarsi in via definitiva con la sua dolorosa perdita. Quando un giorno inizia a ricevere numerosi sms da uno sconosciuto che sembra sapere molte cose di lei, la giovane inizia a dubitare se si tratti di Lewis o di uno stalker. Nonostante l’involucro da thriller/horror misto a ghost story, ‘Personal Shopper’ può definirsi un’indagine profondissima e acuta sulla paura di vivere e sul bisogno impellente di aggrapparsi all’aldilà per combattere una solitudine e un’alienazione che annientano. Un film oscuro, ambiguo e sinuoso, girato fra le strade di Parigi e di Londra, ma anche fra gli scintillii degli atelier di moda e la desolante freddezza di una casa che vive solo di ricordi e di spettrali presenze.
C’è molto in comune con ‘Sils Maria’ in ‘Personal Shopper’: nel primo film, Kristen Stewart era l’assistente personale di una famosa attrice, interpretata da Juliette Binoche, e tutta la vicenda si snodava fra i temi del doppio, della ricerca di se stessi e dell’inversione di identità; anche ‘Personal Shopper’ è un film di continui riflessi, di identità conflittuali e irrisolte, di desideri trattenuti e di intimità divise. Sospesa tra la materialità del corpo (il lavoro di personal shopper) e l’astrattezza di un’anima frantumata dopo la perdita, Maureen, come il film del suo autore, è in perenne movimento e alla ricerca di qualcosa che forse neanche lei sa cos’è. Qualcosa che non riesce mai a trovare, costretta a rimanere confinata nel frustrante limbo dell’incertezza: quella presenza che percepisce dentro casa è suo fratello o no? Deve cedere o no alla tentazione di provare quegli abiti sfarzosi che può solo acquistare e sfiorare, indossando così i panni di un’altra?
Più la giovane compra abiti e gioielli per la sua capricciosa ed evanescente datrice di lavoro, più la sua identità vacilla: quel vuoto buio che vive dentro di lei contrasta ferocemente con il luccichio del mondo della moda con cui ha a che fare quotidianamente.
La verità è che la protagonista di Assayas non riesce a stabilire alcun contatto col mondo, e nemmeno con se stessa. Si muove in un universo popolato da fantasmi, veri o presunti, e parla con loro tramite l’Iphone o la chat di Skype (grande importanza viene data alla tecnologia e alla comunicazione, veri e propri specchi del nostro tempo), ma in realtà è dominata dalla paura di cercare, di trovare e di essere chi vorrebbe realmente essere.
Assayas si disinteressa della logica, di questioni metafisiche e spesso della stessa sceneggiatura, lasciando questioni sospese e irrisolte, ma piuttosto seguendo maniacalmente la bravissima Kristen Stewart nella sua confusione identitaria, nel suo tentativo di ricostruzione dell’indistinto, nel suo dolore e nel suo disadattamento.
E si dimostra abile nel mettere in scena gli abissi della mente umana, in balia della paura, del desiderio del proibito, del dubbio e della rimozione. Il risultato è un’opera imperfetta, ammaliante, girata egregiamente grazie al talento visivo di Assayas, che è capace di creare tensione perfino attraverso un semplice scambio di sms. Un film libero, multiforme e stratificato che non ha paura di sperimentare né di fluire da un genere all’altro senza essere mai afferrabile, così come la sua onnipresente e fascinosa protagonista, che non capiamo mai chi realmente sia.

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‘Ho pensato a Kristen sin dall’inizio, per la sua fisicità ed espressività. Già con ‘Sils Maria’ le ho dato l’opportunità di esprimere se stessa, privandola della celebrità, che nei miei film passa materialmente ai personaggi per cui lavora, facendo venir fuori il talento che già possedeva’, afferma Assayas durante la conferenza stampa tenutasi a Roma presso il Cinema Nuovo Sacher. ‘Credo nell’interiorità nell’ inconscio più che nell’aldilà. Nel film ho voluto materializzarlo sotto forma di fantasmi per rendere tangibile la dimensione interiore della protagonista. I nostri fantasmi e i nostri sogni spesso sono, infatti, più reali rispetto a ciò che di materiale facciamo ogni giorno. ‘Personal Shopper’ l’ho immaginato come un quadro astratto, in cui si utilizzano colori, rappresentati dal cinema di genere, che instaurano una relazione fisica con lo spettatore, che si identifica quindi fisicamente col personaggio di Maureen. Per me era importante, però, fare qualcosa di molto diverso dal film di genere americano, in cui il visibile è bene e l’invisibile è male. Qui l’invisibile fa paura, ma non è negativo’, continua il regista. ‘Io non sono interessato alla tecnologia di per sé, pur se molto presente nei miei film, ma alle trasformazioni che essa comporta nelle esperienze umane e negli individui. Lo smartphone diviene in ‘Personal Shopper’ il prolungamento della conoscenza umana e del sapere. Quello di Kristen è un personaggio in continua tensione fra materialità (del lusso e della moda) e immaterialità. Ha infatti al suo interno un’ambivalenza che la attrae, perché ha bisogno di ricostruire se stessa dopo la perdita di una parte di sé, ma al contempo vorrebbe essere un’altra e vivere una vita diversa. La materialità della moda è però importante per lei, perché le serve a riscoprire se stessa, anche nella sua sessualità: mia madre era una stilista, quindi sono molto legato a questo mondo. Maureen capirà che tutto ciò che cerca, è già dentro di lei e non fuori; il suo è pertanto un cammino per comunicare con se stessa più che con gli spiriti’. Conclude Assayas, ‘Il mio è un film lineare, con un solo personaggio che si ricostruisce nella complessità dell’esperienza umana. Non è raccontato in modo tradizionale, perché sarebbe stato banale o noioso, ma ha una dinamica cinematograficamente eccitante’.

Roberto Puntato

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