‘Corniche Kennedy’: Dominique Cabrera racconta i minots di Maylis de Kerangal

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La ‘pied noir’ Dominique Cabrera traspone, con qualche modifica, il romanzo omonimo di Maylis de Kerangal, narrando le avventure di un gruppo di ragazzi sulla ventina che passano l’estate nei pressi di Marsiglia, tuffandosi dalla Corniche Kennedy, una strada che costeggia il mare. Vitali ed impavidi, i giovani rischiano quotidianamente la vita, sfidando i divieti, la polizia, la prudenza, la forza di gravità. A guardarli, o meglio a sorvegliarli, ci sono gli adulti, inquadrati nei loro rigidi ruoli sociali, in contrapposizione al furore gioioso dei ragazzi. Un film luminoso, come il sole di Marsiglia, dall’impianto evidentemente documentaristico e girato interamente in esterni con luce naturale, per lo più lungo quella Corniche in cui convivono diverse etnie e classi sociali. La Cabrera accarezza con la macchina da presa i bei volti in primo piano di un cast di giovanissimi non attori, a cui si unisce l’intrusa, come il suo personaggio nel film, professionista Lola Créton. La regista mostra questi adolescenti nel pieno del loro slancio vitale, della loro forza, della loro libertà, delle loro passioni, mentre sperimentano, attraverso il rischio, quello che vorranno fare della propria vita. La bellezza e l’asperità del paesaggio, però, catturano l’attenzione dello spettatore più della vicenda narrata, che non si dimostra purtroppo sufficientemente coinvolgente. Perché nonostante l’ottima scelta del cast e uno stile di regia raffinato, il film sembra non crescere mai, preferendo una medietà di tono che a lungo andare stanca. La sottotrama poliziesca, poi, anziché rendere più interessante e dinamica la materia, la appesantisce, non riuscendo mai ad essere incisiva: perché è vero che si parla di disoccupazione, di assenza di prospettive future, di una società che chiude le porta ai ragazzi di periferia (i minots detto in gergo marsigliese) e di una malavita che li recluta e sfrutta, ma il tutto rimane freddo e abbozzato. Ciò nonostante, un film formalmente ben fatto, ammirevole per la capacità della Cabrera di girare in ambienti ostici e di gestire un cast multiforme che non si sottrae ai rischi, proprio come i personaggi dell’opera.

Alberto Leali

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