Paolo Borsellino- Adesso tocca a me: la docufiction Rai per non dimenticare

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Imperdibile appuntamento domani sera su Rai 1 con la docufiction Paolo Borsellino- Adesso tocca a me, una coproduzione Rai Fiction – Aurora TV per la regia di Francesco Miccichè, che racconta gli ultimi 57 giorni di vita del giudice Paolo Borsellino, dalle strage di Capaci a quella di Via D’Amelio. Un’occasione importante per ricordare il terribile avvenimento di 25 anni fa, che privò della vita il magistrato e cinque agenti della sua scorta: Claudio Traina, Agostino Catalano, Walter Cosina, Emanuela Loi e Vincenzo Li Muli.

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Ad interpretare il coraggioso magistrato che sacrificò se stesso per la legalità e la giustizia, c’è uno straordinario Cesare Bocci: ‘Paolo Borsellino era un uomo positivo, allegro, scherzoso. E l’immagine che forse meglio lo rappresenta è la foto che lo mostra in bicicletta senza maglietta mentre alza le dita in segno di vittoria. Perché lui la mafia l’ha vinta, col risveglio delle coscienze di tanti giovani in Sicilia e in tutta Italia’, afferma l’attore.

Il resto del cast è composto da Anna Ammirati nel ruolo di Agnese Borsellino, Ninni Bruschetta in quello del commissario Rino Germana e Giulio Corso  in quello dell’agente della scorta del magistrato, Antonio Vullo, unico sopravvissuto alla strage di Via D’Amelio.

Paolo Borsellino- Adesso tocca a me è un’operazione nuova per la Rai, perché unisce parti di fiction, che ricostruiscono la vita intima e dinamica di Borsellino, ormai consapevole della sua tragica fine, e parti documentaristiche, composte da testimonianze, filmati d’epoca, ed interviste. Fondamentale è in tal senso l’apporto di Antonio Vullo, che ricompone attraverso la sua testimonianza una storia decisamente più complessa di quella che spesso ci è stata raccontata e che ancora oggi risulta piena di lacune e punti non chiariti.

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Un film-evento per non dimenticare gli eroi della nostra recente storia nazionale e il loro enorme messaggio civile. 

Fino al 21 luglio, inoltre, tutte le reti e i canali Rai offriranno una ricca programmazione di film, approfondimenti, documentari e spazi informativi per ricordare il sacrificio di Borsellino e dei suoi angeli custodi, in linea con la sua missione di servizio pubblico.

Alberto Leali

 

 

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USS Indianapolis: tra Storia e spettacolo old style

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1945, secondo conflitto mondiale agli sgoccioli. L’incrociatore USS Indianapolis, che in segreto ha trasportato una delle due bombe atomiche che porranno fine alla guerra, viene affondato, al suo ritorno, da un siluro giapponese al largo delle Filippine. I sopravvissuti, tra cui il Capitano McVay, attendono soccorsi in acqua, circondati dagli squali. Ma a causa della segretezza della missione, il governo decide di non intervenire, abbandonandoli a se stessi per 5 giorni. Toccherà a McVay fare di tutto per aiutare i membri del suo equipaggio.

USS Indianapolis di Mario Von Peebles è una miscela di war e disaster movie, che racconta, però, una vicenda drammaticamente reale e ancora misconosciuta. C’è pertanto il tentativo, non disprezzabile ma certo non nuovo, di far convivere una delle pagine più drammatiche della storia della marina  USA con il ‘classico’ spettacolo mainstream a suon d’effetti speciali. Tutto sommato, il film, pur se affatto memorabile, risulta abbastanza coinvolgente e potrebbe piacere al pubblico frequentatore delle sale estive, in cerca dell’intrattenimento senza grande impegno, nonostante la vicenda trattata sia tutt’altro che secondaria.

Il problema, però, è che USS Indianapolis sconta almeno tre pesanti paragoni: quello con Titanic di James Cameron, che viene in mente nelle numerose sequenze del naufragio; quello con il più recente Sully di Clint Eastwood, nel ritrarre un comandante il cui eroismo viene messo in discussione; e quello con il cult Lo squalo di Steven Spielberg nelle scene più concitate. Purtroppo, però, Van Peebles non è né Cameron né Eastwood né Spielberg e il suo film, lontano da qualsiasi personalità registica o stilistica, rimane anonimo e convenzionale, vecchio e stereotipato. Deboli gli effetti speciali, raffazzonati e banali i dialoghi, poco approfonditi i personaggi, compreso quello, fondamentale, del protagonista Nicolas Cage, che, con il volto fisso e impassibile, non aiuta certo a rendere convincente il suo McVay, capro espiatorio della negligenza altrui.

Alberto Leali

Félicité, il bellissimo film africano vincitore a Berlino, presentato a Roma

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Presentato il 14 luglio alla stampa presso l’Accademia d’Egitto di Roma il vincitore del Gran Premio della Giuria al Festival di Berlino 2017, Félicité di Alain Gomis. Il film è distribuito in Italia dalla coraggiosa KitchenFilm e sarà in sala dal 31 agosto. Félicité ha inoltre inaugurato il ROMAFRICA FILM FESTIVAL-RAFF, la preziosa rassegna del cinema africano che si tiene alla Casa del Cinema di Roma, giunta alla sua terza edizione con un programma ancora una volta di pregevole qualità (per info visitate il sito www.romafricafilmfest.com).

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Il film narra la storia di Félicité, una donna orgogliosa e indipendente, che si mantiene cantando in un locale a Kinshasa. La sua vita viene sconvolta, però, quando suo figlio quattordicenne rimane vittima di un incidente in moto e rischia di perdere una gamba se la donna non trova i soldi necessari all’operazione. Félicité inizia, così, la sua difficile ricerca in una città in cui regnano la povertà e la disperazione, potendo contare unicamente sull’aiuto del suo corteggiatore Tabu.

Una donna che lotta per cambiare lo stato delle cose, ma che non può essere del tutto padrona del proprio destino dovendo fare i conti con un Paese in cui dominano miseria ed ingiustizia. È questa Félicité, a cui è permesso di poter essere completamente libera solo nei sogni, in cui sembra ritrovare energia in una natura notturna, amica e partecipe, che si contrappone allo scorrere caotico ed incessante del quotidiano

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Il film si regge principalmente sulla presenza ed il carisma della sua protagonista, l’esordiente Véro Tshanda Beya, quasi una Mamma Roma africana che affronta la vita a testa alta e che non accetta, nonostante tutto, di prostrarsi alla rassegnazione. Una donna che è sempre riuscita a resistere al mondo, ma che dopo la caduta, inarrestabile e bruciante, deve con fatica ritornare alla vita. E ci riesce aprendosi all’altro, all’amore, al sorriso, alla speranza.

Il franco-senegalese Alain Gomis, al suo quarto lungometraggio, non cede a un manierato e prevedibile neorealismo o agli stilemi alla Dardenne, ma punta a una regia e a una scrittura ambiziose, che abbandonano la narrazione tradizionale per procedere per suggestioni, divagazioni malickiane, squarci onirico-simbolici e frequenti intermezzi musicali. Ne deriva un film raffinato, personale e stratificato, permeato dai silenzi ma anche dalla musica (Kasai Allstars, Arvo Pärt, eseguiti dall’Orchestra Sinfonica di Kinshasa), che incarna con efficacia la complessità contaminata della città africana. Un film nettamente diviso in due parti: una prima, bellissima e semidocumentatisica, che esplora, attraverso il vagare instancabile di Félicité, le periferie di Kinshasa e le sue contraddizioni, e una seconda, più ondivaga, libera e spiazzante, tutta puntata sull’interiorità della protagonista e sul suo tentativo di affrancarsi dall’apatia, dalla disperazione e dall’autodissoluzione.

La macchina da presa segue da vicino i personaggi tramite espressivi e suggestivi primi piani, ma si abbandona anche a concitate scene di gruppo, dominate dal canto e dalla danza.

Un film imperdibile, che ha entusiasmato il Festival di Berlino e che non mancherà di emozionare tutti gli amanti della settima arte.

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Félicité è il primo film che faccio – afferma l’attrice Véro Tshanda Beya in conferenza stampa- Ho fatto studi commerciali, finanziari, di parrucchiera… e sono una cantante più che un’attrice. Un amico mi ha proposto di partecipare al casting perché il regista Alain Gomis non trovava l’attrice giusta. Io l’ho fatto sei volte e alla fine Alain ha capitolato perché diceva che più che il personaggio avevo la carica interiore che lui cercava. Vorrei continuare a fare l’attrice, faccio tutt’ora tanti casting. Mi piacerebbe che questa fosse la mia strada definitiva. Quella del film è purtroppo una storia che viviamo in Congo quotidianamente. Il nostro sistema funziona così. I premi sono importanti, ma ciò che vale di più è il desiderio che passi il messaggio del film‘.

Patrizio Carnevale, Ostetrico-operatore umanitario di Medici Senza Frontiere Italia afferma: ‘Medici Senza Frontiere ha molti progetti in Congo, specie nella zona di Kivu, molto ricca di risorse, ma problematica per la popolazione che necessita di cure sanitarie, perché deve raggiungere le località vicine, che richiedono spesso giorni e giorni di viaggio. Proibitivo è infatti il raggiungimento dei luoghi con i mezzi di trasporto. La struttura sanitaria locale è divisa in province e la situazione di ognuna è spesso di grande difficoltà. L’accesso alle cure è purtroppo per pochi, ma il nostro intervento cerca di colmare lacune difficili da superare. Cerchiamo di entrare in punta di piedi in una cultura molto diversa dalla nostra e di sostenere in tutti i modi il sistema sanitario locale per lasciare una eredità importante al personale del luogo e al sistema del Congo. Difficile è riuscire a trovare la chiave per far comprendere alla gente la situazione in cui versano queste popolazioni’. E a proposito del personaggio di Félicité afferma: ‘Le donne congolesi sono coraggiose e incredibili: per loro nutro una profonda ammirazione. Rappresentano tanto nella società congolese e Félicité rispecchia tutte loro con il suo orgoglio e la sua determinazione‘.

‘Ho sempre pensato che sono le cose a scegliere me e non io loro – afferma la distributrice della KitchenFilm Emanuela Piovano – quasi come una vocazione o una chiamata. Per Félicité è stata la prima volta che ho visto un film da me distribuito in anteprima. Ne sono rimasta profondamente colpita. Ho saputo solo in seguito che avrebbe partecipato a Berlino e ancora successivamente che aveva vinto il Premio della giuria. Me lo hanno affidato per distribuirlo, perché è un po’ come se lo avessi scoperto io. Oggi si crea quasi un secondo mercato distributivo, molto ricco di offerta, ma con operatori molto cristallizzati e legati a sistemi distributivi che nn li soddisfano. C’è però aria di grande rinnovamento e specie quest’anno l’ho sentito molto’. In riferimento al regista di Félicité ha inoltre affermato: ‘Anche Alain Gomis è rimasto molto attratto dal Congo, pur non essendo di radici congolesi, ma un europeo che si definisce meticcio. È la prima volta peraltro che mette al centro di un suo lavoro un personaggio femminile. Il suo non è cinema verità, non ci sono scene rubate. Anzi, ci sono firme importanti del mondo del cinema, che hanno girato le parti documentaristiche e lo stile registico è molto innovativo e raffinato’.

Alberto Leali

Black Butterfly: thriller psicologico dalle molte sorprese

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Paul è uno scrittore in crisi creativa che vive in una casa desolata fra i monti, spesso e volentieri attaccato a una bottiglia. Un giorno fa la conoscenza di un giovane vagabondo ed ex galeotto, Jack, che si insinua gradualmente nella sua vita, offrendosi di aiutarlo a ritrovare il suo estro creativo. Eppure ciò che pare casuale, forse non lo è.

Adattamento del film francese per la TV Papillon noir, Black Butterfly è un thriller psicologico che si svolge nel cuore della natura e che mette a confronto due personalità cariche di ambiguità, ciascuna determinata a scrivere la fine della storia dell’altra.
Il regista Brian Goodman confina l’azione di Black Butterfly quasi interamente tra le mura di una baita di montagna, ma riesce a coinvolgere per buona parte del film, grazie alla capacità di dosare efficacemente tensione ed emozioni.

Confondendo di continuo finzione e realtà e utilizzando l’escamotage, pur se non nuovissimo, della storia nella storia, il film inizia in un modo e si trasforma gradatamente in qualcos’altro, riuscendo nel non facile intento di spiazzare lo spettatore. Se, infatti, nella prima parte sembra di assistere a un thriller fiacco e convenzionale, che semina dubbi in realtà facilmente districabili, nella seconda veniamo travolti da un ribaltamento dei ruoli che è più sorprendente di quello che ci si aspettava. Se può non convincere l’ultimo deludente colpo di scena, ciò che affascina è l’efficace e plausibile prefinale che giustifica i volutamente pacati e non particolarmente originali primi tre quarti d’ora della pellicola. Antonio Banderas e soprattutto Jonathan Rhys Meyers sono piuttosto convincenti nei loro ruoli, anche se certamente non memorabili; una chicca gustosa è, però, la presenza del regista cult Abel Ferrara, che appare brevemente nel ruolo di un ruvido commerciante di alimentari.

In sintesi, Black Butterfly è intrattenimento puro, senza pretese autoriali, nonostante gli evidenti omaggi a Spielberg, Kubrick e Reiner, che però riesce, a suo modo, a distinguersi dalla massa indistinta di prodotti similari.

Alberto Leali

 

Cane mangia cane: il ritorno di Paul Schrader tra Scorsese e Tarantino

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Tre criminali appena usciti di prigione si preparano per l’ultimo colpo della loro infelice carriera: Troy (Nicolas Cage), mente della banda, aspira a una vita lontana dal crimine; Diesel (Christopher Matthew Cook) vuole sfuggire alla sua monotona vita famigliare; Mad Dog (Willem Dafoe) rimane un folle sanguinario.

Il grande sceneggiatore Paul Schrader torna dietro la macchina da presa per dirigere una sceneggiatura tratta dal romanzo di culto dello scrittore (ed ex detenuto) Edward Bunker, Cane mangia cane. Lo fa con uno stile libero e nichilista che si sposa alla perfezione con l’universo violento, contraddittorio e romantico di Bunker, realizzando un film che rimane in testa e che non può non eccitare i cinefili più incalliti con la sua miscela impazzita di ironia, satira e violenza. Perché Cane mangia cane attinge a piene mani e con intelligenza dal cinema che lo precede, Scorsese e Tarantino in primis, ma anche da tanta letteratura americana di genere che ha creato un suo riconoscibile e indimenticabile immaginario. Lo stile pop e psichedelico della regia, le luci al neon, l’uso del bianco e nero e il sangue che scorre improvviso tra dialoghi nonsense sotto effetto di acidi rende il film efficace e coinvolgente, spiazzante e di perversa, ma spesso irresistibile, cattiveria. Willem Dafoe e Nicolas Cage, di nuovo insieme dopo 30 anni da Cuore selvaggio di Lynch, sono dei protagonisti ammirevoli, sempre in bilico tra lo smarrimento e la bestialità: il primo nella sua patetica pantomima bogartiana, il secondo nella sua logorroica pazzia (straordinario nello scioccante ma esilarante incipit tra sangue e colori pastello).
L’impossibile reinserimento nel mondo di questi reietti senza redenzione segna i rapporti fra i personaggi e le loro conversazioni deliranti ma a tratti amarissime, su cui la sceneggiatura si concentra a discapito dell’azione, convogliata in (forse troppo) poche sequenze. Pur se può non convincere il finale un po’ frettoloso e la brusca alternanza fra i registri, Cane mangia cane è un film da vedere: un’opera suggestiva dal punto di vista visivo (ottime regia, fotografia e ambientazione), che racconta, giocando con gli stilemi del cinema pulp, un’America sordida e senza speranza, con antieroi votati inesorabilmente alla sconfitta.

Alberto Leali

Spider-Man: Homecoming: riuscita e sorprendente miscela di generi, azione e ironia

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Il giovanissimo studente Peter Parker non riesce a dimenticare la sua esaltante esperienza al fianco degli Avengers in Captain America: Civil War. Vuole, infatti, diventare a tutti i costi un supereroe e così, indossando il suo super costume, tra una lezione a scuola e l’altra, dà la caccia ai criminali per dimostrare di essere pronto a far parte della squadra. Deve però vedersela con un terribile avversario, l’Avvoltoio, che si arricchisce trafficando armi.

Dopo la trilogia di Sam Raimi e la versione ‘rivisitata’ di Drew Goddard, adesso è la Marvel, la casa madre, a sfornare un altro Spider-Man. Uno Spider-Man molto diverso da quelli che abbiamo visto finora sullo schermo, eppure il più fedele alla controparte cartacea: un mix gustoso e frizzante tra un high-school movie e un film di supereroi, diretto dal regista Jon Watts, al suo terzo lavoro. Pur se ispirato al film di John Hughes, Spider-Man: Homecoming non è una origin story: si sorvola, quindi, sulle questioni che aprono la storia del personaggio e si entra nel bel mezzo del mondo di Peter Parker, già cosciente, e in parte padrone, dei propri poteri, ma con ambizioni più alte, alle prese con la quotidianità scolastica, le feste e le prime cotte adolescenziali. Perfetta è, quindi, la scelta del giovane inglese Tom Holland come protagonista, irresistibile nei panni del ragazzino secchione e un po’ sfigato, umanissimo ed inesperto, che si trasforma fra i cassonetti in supereroe ironico e impavido. Un quindicenne ossessionato dalla voglia di mettersi in gioco e di entrare in un mondo adulto che sembra non aver poi così bisogno di ragazzini supereroi. A Holland/Peter ci si affeziona subito, così come a tutta la banda di studenti/comprimari che affollano i corridoi della scuola entro le cui mura si svolge la gran parte del film: lo spettatore empatizza così con il corpulento e irresistibile Ned Leeds di Jacob Batalon, con l”anarchica’ Michele della star Disney Zendaya e con la bella e dolce Liz Allan di Laura Harrier.

Spider-Man: Homecoming stupisce per l’aguzza ironia e per l’andamento leggero, per il suo non prendersi mai troppo sul serio, diversamente dai precedenti film dedicati al supereroe. È Peter, prima ancora che Spider-Man, il vero protagonista di questo film, non più oppresso dal senso di colpa, ma nel pieno di quel periodo delicatissimo fra l’infanzia e l’età adulta, che è l’adolescenza di un comunissimo ragazzo del Queens.
Una ringiovanita e sexy Zia May, interpretata da Marisa Tomei e un saggio Tony Stark/Iron Man, interpretato da Robert Downey jr., che veste i panni di mentore, deus ex machina e freno alla esuberanza adolescenziale del protagonista, completano il riuscitissimo quadro di personaggi. Al solito da applauso l’interpretazione dell’ex Birdman Michael Keaton nel ruolo del titanico villain L’Avvoltoio. In sintesi, un’operazione che non era sicuramente fra le più facili, ma pienamente riuscita, che contestualizza il nuovo baby Spidey nell’universo degli Avengers senza dare la sensazione di già visto e facendoci trascorrere le 2 ore e 15 minuti di durata col sorriso sulle labbra e con una sorprendente aria di familiarità.

Alberto Leali

Il gradito ritorno di Notti di Cinema a Piazza Vittorio

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Estate Romana celebra il suo 40° anniversario e per l’occasione torna una delle manifestazioni cinematografiche più amate dal pubblico: la storica arena di Piazza Vittorio nel quartiere esquilino festeggia la 19° edizione di Notti di cinema a Piazza Vittorio, organizzata da AGIS Lazio Srl, in collaborazione con Anec Lazio, Roma Capitale e CityFest – Fondazione Cinema per Roma. La rassegna si svolge dal 7 luglio al 10 settembre: due mesi di grande cinema fra i titoli più rappresentativi di questa stagione cinematografica, da quelli più spiccatamente autoriali ai più mainstream, spesso presentati da registi e attori.

Un progetto fortemente voluto e supportato da Agis Lazio, con il diretto coinvolgimento del Municipio I, dei comitati di quartiere (Piazza Vittorio – APS, Fondazione ENPAM, Comitato Piazza Vittorio Partecipata, Comitato Esquilino, Amici del Parco Carlo Felice) e degli operatori commerciali dell’Esquilino (Associazione Commercianti Piazza Vittorio).

Due i maxischermi allestiti nei giardini della piazza, la Sala Renato Nicolini e quella Paolo Bucci, dotati di tecnologia digitale di ultima generazione.

Tantissimi i film in cartellone, per 4 film a sera: si passerà dal pluripremiato omaggio al musical di La La Land all’ultimo raffinato lavoro dell’enfant prodige Xavier Dolan, È solo la fine del mondo; da Fortunata di Sergio Castellitto con una straordinaria Jasmine Trinca alla commedia campione di incassi di Ficarra e Picone, L’ora legale; dal Premio Oscar Moonlight al profondo ultimo lavoro di Gianni Amelio, La tenerezza, premiato ai Nastri d’Argento come miglior film. E ancora Rogue One: A Star Wars Story di Gareth Edwards, Captain Fantastic di Matt Ross, Guardiani della Galassia Vol. 2 di James Gunn, Logan – The Wolverine di James Mangold, Io, Daniel Blake di Ken Loach, Tutto quello che vuoi di Francesco Bruni, Mister Felicità di Alessandro Siani… Non possono mancare i titoli dedicati ai più piccoli: Alla ricerca di Dory, Animali fantastici e dove trovarli, La bella e la bestia, Il grande gigante gentile

Tra gli appuntamenti imperdibili dell’edizione 2017 di Notti di Cinema a Piazza Vittorio, le due rassegne sul Cinema Italiano curate dal presidente del SNCCI (Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani) Franco Montini: Itinerari Romani e L’insolito nel cinema italiano, che il lunedì e il giovedì propongono interessanti approfondimenti sul cinema di casa nostra, impreziositi dalla presenza di attori e registi che, prima e dopo la proiezione, incontreranno il pubblico. Tra i numerosi titoli previsti, l’anteprima di Taranta on the Road, divertente road movie ambientato in Puglia di Salvatore Allocca, che affronta il tema dell’emergenza migranti in modo fresco e originale; ma anche Piccoli crimini coniugali di Alex Infascelli e La stoffa dei sogni di Gianfranco Cabiddu.

Una ricca sezione è dedicata ai film musicali: il martedì sera è infatti dedicato al CityFest in musica, curato da Fondazione Cinema per Roma e Alice nella Città, con alcuni eventi live. Tra questi, il film concerto Rolling Stones Olé Olé Olé, Sing Street di John Carney, il documentario di Ron Howard, The BeatlesEight Days a Week, e Show People il film diretto nel 1928 da King Vidor che per l’occasione sarà musicato dal vivo. Tra gli italiani, il documentario Pino DanieleIl tempo resterà di Giorgio Verdelli, un viaggio attraverso le canzoni, i concerti e la vita del grande artista partenopeo.

Spazio anche alle anteprime, tutte ad ingresso libero fino ad esaurimento posti: il 19 luglio è la volta di Bionda Atomica, action-thriller con Charlize Theron e James McAvoy; ad agosto ci sarà Easy – Un viaggio facile facile, opera prima del regista Andrea Magnani e a settembre, per la chiusura della rassegna, un titolo a sorpresa che sarà svelato nei prossimi giorni.

Dal 6 al 9 settembre l’atmosfera di Notti di Cinema a Piazza Vittorio si arricchirà anche grazie alla tradizionale presenza di Locarno a Roma, che giunge quest’anno alla 17° edizione, per rivivere le emozioni della kermesse svizzera e per scoprire i film del 70° Festival del Film Locarno, proiettati in versione originale con sottotitoli italiani. In collaborazione con l’Ambasciata di Svizzera in Italia sarà previsto inoltre uno spazio espositivo dedicato alla storia del Festival e la proiezione di due titoli particolarmente rappresentativi della sua storia: Germania anno zero di Roberto Rossellini, Pardo d’oro nel 1948 e Das Fräulein di Andrea Staka, Pardo d’oro nel 2006.

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Erano 3 anni che per assenza di fondi e altri problemi non siamo riusciti a realizzare questo evento così amato, in un’arena che è finora la più importante d’Italia. Grazie all’Enpam e ad Aps di essersi messe in gioco per rilanciare Piazza Vittorio”, afferma Giorgio Ferrero, Presidente Anec-Agis Lazio in conferenza stampa. “Non più degrado ma cultura e partecipazione, per invertire una tendenza: è questo il fine di questa manifestazione, perché è facile fare impresa culturale in luoghi come il Colosseo o il Circo Massimo, molto meno in altri, come Piazza Vittorio“, afferma Sabrina Alfonsi, Presidente del I Municipio. “Sappiamo tutti che importanza hanno queste iniziative, specie dove c’è degrado e microcriminalità. Sono soddisfatto del fatto che 14 municipi su 15 abbiano la garanzia che sul proprio territorio ci sarà per tre anni un pezzo di Estate romana“, conclude il Vicesindaco Luca Bergamo.

Alberto Leali