‘The habit of beauty’: tre anime in transizione in cerca di salvezza

IMG_4315.JPG

È un film intimo e delicato ‘The habit of beauty’, prima opera di fiction di Mirko Pincelli, che affronta con profondità e sensibilità il dramma della perdita e la necessità di ricominciare, riabbracciando la vita e gli affetti. Sfruttando la bravura di Vincenzo Amato, che interpreta con grande intensità il protagonista Ernesto, e di una dolente Francesca Neri, nel ruolo di Elena, Pincelli scandaglia l’anima di due esseri che, dietro l’ossessione per la carriera e il successo, nascondono una fragilità che si alimenta di mancanze, sacrifici, incomprensione, freddezza. Il regista esplora con grazia i sentimenti più profondi di personaggi diversissimi per bisogni e aspirazioni, ma che hanno, in realtà, tutti la stessa necessità di calore umano e di sentirsi parte di una famiglia. Li seguiamo passo passo nel loro difficile percorso di comprensione di sé e degli altri, nel loro prendere coscienza che bisogna cogliere la bellezza della vita anche in ciò che sembra più scontato o lontano da noi. Un film doloroso, ma mai ricattatorio o sentimentale, con tre personaggi (oltre ai protagonisti succitati, c’è il giovane Ian di Nico Mirallegro) in un momento di delicata transizione, che può portarli, dopo tanta sofferenza, a una salvezza. Tre personaggi disorientati in un Paese moderno ma respingente; una regia matura, raffinata nei movimenti di macchina e attenta ai dettagli, perfetta nel sottolineare i contrasti di una Londra affatto stereotipata, ma perfettamente funzionale al narrato. Qualche buco di sceneggiatura e un disequilibrio fra la parte italiana girata in Trentino (molto riuscita) e la parte londinese (più incerta), nulla tolgono a un lavoro coraggioso e interessante, che si distingue dalla massa e regala emozioni arrivando al cuore.

Alberto Leali

‘Girotondo’: la violenza nelle relazioni umane

IMG_4300.PNG

‘Girotondo’ è il secondo film di Tonino Abballe e racconta le relazioni umane e la violenza fisica e psicologica che sovente le attraversa, tramite sette storie di vita (secondo molteplici punti di vista), che hanno per protagonisti uomini e donne che non danno certo il meglio di sé. L’argomento è importante e impegnativo e richiede una scrittura e una regia attente, che evitino stereotipi e banalità. Purtroppo il rischio non viene scongiurato, a causa di una visione superficiale e abbozzata dei rapporti umani e del contesto di attualità in cui vengono collocati. I dialoghi e le prove attoriali (ogni attore interpreta più ruoli), inoltre, non sono certo il punto di forza di questo film, che appare artificioso, pasticciato (le diverse vicende sono intervallate da momenti poco felici di sedute psicanalitiche) e televisivo per stile e contenuti. Un vero peccato perché l’idea di partenza è buona e avrebbe potuto essere trattata in maniera più profonda e consapevole.

Roberto Puntato

Metro Manila: tra thriller e dramma sociale, un film che avvince

IMG_4297

L’indipendente Sean Ellis (Broken, Cashback) torna alla regia con ‘Metro Manila’, thriller contaminato con il dramma sociale, che ha ottenuto il premio del pubblico al Sundance e 3 British Independent Film Awards. Partendo dalla storica dicotomia città/campagna e non cercando soluzioni narrative originali, ma anzi enfatizzando gli stereotipi, Ellis colloca i suoi personaggi in spazi estranei ed inquieti, che essi osservano con sorpresa, timore, speranza, alla ricerca di una stabilità che non riescono a trovare. Le location sono, infatti, fondamentali protagonisti della storia e la fotografia ne risalta i caratteri, opponendo il calore ombroso della provincia alla freddezza lucida della città. I personaggi sembrano inghiottiti dagli spazi in cui si collocano e sono costretti a scontrarsi con due realtà molto diverse, ma che non lasciano speranza, passando da una tranquillità innocente ma inesorabilmente precaria a una ricchezza corrotta e pericolosa. Il passaggio dal dramma a sfondo sociale della prima parte al thriller della seconda è avvincente ed efficace, nonostante i dialoghi scarni e i molti momenti contemplativi di stampo evidentemente documentaristico. Lo stile di Ellis, ammirevole e multiforme, alterna oscuri flashback a intriganti sottotrame, palpitante tensione a emozionante intensità, riscattando, così, l’eccessiva linearità di una vicenda già vista, che riesce, però, a tenere desta l’attenzione per quasi due ore di durata. Sicuramente il film migliore del regista e, per fortuna, pur se con ritardo, giunto anche da noi.

Alberto Leali

‘Corniche Kennedy’: Dominique Cabrera racconta i minots di Maylis de Kerangal

IMG_4144.JPG

La ‘pied noir’ Dominique Cabrera traspone, con qualche modifica, il romanzo omonimo di Maylis de Kerangal, narrando le avventure di un gruppo di ragazzi sulla ventina che passano l’estate nei pressi di Marsiglia, tuffandosi dalla Corniche Kennedy, una strada che costeggia il mare. Vitali ed impavidi, i giovani rischiano quotidianamente la vita, sfidando i divieti, la polizia, la prudenza, la forza di gravità. A guardarli, o meglio a sorvegliarli, ci sono gli adulti, inquadrati nei loro rigidi ruoli sociali, in contrapposizione al furore gioioso dei ragazzi. Un film luminoso, come il sole di Marsiglia, dall’impianto evidentemente documentaristico e girato interamente in esterni con luce naturale, per lo più lungo quella Corniche in cui convivono diverse etnie e classi sociali. La Cabrera accarezza con la macchina da presa i bei volti in primo piano di un cast di giovanissimi non attori, a cui si unisce l’intrusa, come il suo personaggio nel film, professionista Lola Créton. La regista mostra questi adolescenti nel pieno del loro slancio vitale, della loro forza, della loro libertà, delle loro passioni, mentre sperimentano, attraverso il rischio, quello che vorranno fare della propria vita. La bellezza e l’asperità del paesaggio, però, catturano l’attenzione dello spettatore più della vicenda narrata, che non si dimostra purtroppo sufficientemente coinvolgente. Perché nonostante l’ottima scelta del cast e uno stile di regia raffinato, il film sembra non crescere mai, preferendo una medietà di tono che a lungo andare stanca. La sottotrama poliziesca, poi, anziché rendere più interessante e dinamica la materia, la appesantisce, non riuscendo mai ad essere incisiva: perché è vero che si parla di disoccupazione, di assenza di prospettive future, di una società che chiude le porta ai ragazzi di periferia (i minots detto in gergo marsigliese) e di una malavita che li recluta e sfrutta, ma il tutto rimane freddo e abbozzato. Ciò nonostante, un film formalmente ben fatto, ammirevole per la capacità della Cabrera di girare in ambienti ostici e di gestire un cast multiforme che non si sottrae ai rischi, proprio come i personaggi dell’opera.

Alberto Leali

‘Maria per Roma’: Karen Di Porto e la romanità

IMG_4106.JPG

È un’opera piccola e coraggiosa ‘Maria per Roma’, debutto alla regia della trasteverina Karen Di Porto, che interpreta anche il ruolo della protagonista. È la storia di una donna che sogna di fare l’attrice, in una Roma che vive delle sue mille sfaccettature e contraddizioni. La macchina da presa pedina Maria durante i momenti che scandiscono una sua frenetica giornata tipo, in cui passa dal lavoro di key holder di splendidi e lussuosi palazzi a tentativi di affermarsi nel mondo artistico. Assieme a lei, l’onnipresente cagnolina che regala i momenti più leggeri e divertenti della pellicola. Ma è Roma, caotica, turistica e bellissima, l’altra fondamentale protagonista del film, e di cui la Di Porto dipinge l’umanità brulicante e variopinta. Peccato che punti un po’ troppo sulla caricatura dei personaggi, che non vengono mai ben approfonditi, e ritragga Roma in modo troppo convenzionale e mai realmente pregnante. Maria si perde nel confuso e spesso estenuante quotidiano romano; corre da una parte all’altra, instancabile, assieme alle sue speranze e illusioni. Ma Maria (e come lei la Di Porto) Roma non la abbandona, la ama e la giustifica pur nella sua distrazione e nella sua indifferenza. La Roma della crisi e delle velleità, delle feste e dei palazzi nobiliari, dello splendore e della decadenza. L’inesperienza della Di Porto dietro la macchina da presa si vede sopratutto in una regia ingenua e dilettantistica, che raramente si fa pregna di ciò che racconta, e in una recitazione di tutto il cast non proprio esaltante. Nonostante ciò, il film è permeato da una sincerità e una passione indubbie, accompagnate da una volontà non affatto disprezzabile di mettersi in gioco. E, nonostante l’ironia di molte sequenze, questa protagonista dall’incerto destino riesce a incutere anche una certa inquietudine in chi, nella sua situazione, per un motivo o per l’altro, si immedesima.

Alberto Leali

‘Una vita- Une vie’: la perdita del paradiso dell’infanzia e la scoperta del disincanto

IMG_4011.JPG

Il candore sognante di una donna contro la crudeltà della vita, la forza testarda dell’amore contro il dolore della delusione , il dolce inganno delle illusioni contro la bruciante spietatezza del reale, il paradiso dell’infanzia contro il disincanto dell’età adulta: sono questi i punti nodali attorno a cui ruota il bellissimo ‘Une vie’ di Stéphane Brizé, che dopo ‘La legge del mercato’, sceglie di trasporre il racconto omonimo ottocentesco di Guy de Maupassant. Al centro vi pone una straordinaria attrice dal talento incommensurabile, Judith Chemla, capace di far emergere tutta la complessità dell’intimità della protagonista Jeanne, donna dall’animo fanciullo che stenta a piegarsi alle bruttezze del mondo. ‘Une vie’ racconta la vita di una donna che non si arrende al dolore e alla disperazione, che ha la forza di credere ancora nell’amore, non importa se verso un marito fedifrago o un figlio scriteriato. Jeanne per amore commette gli sbagli più grandi, pagando duramente le conseguenze delle sue scelte. E soprattutto non vuole e non sa rendere più matura la sua visione del mondo e dei rapporti umani. Brizé riempie del suo volto e dei suoi gesti ogni inquadratura, ponendo tutti i personaggi e tutti gli elementi del film in relazione a lei e al suo modo particolare di vedere le cose. Utilizza il formato 1.33 per evidenziare il senso di costrizione della protagonista, ma al contempo la mobilità inquieta della camera a mano rende perfettamente il suo animo in subbuglio, oltre a rendere il film vivo, mai calligrafico, mai tendente ai cliché del film in costume. Raffinatissima la regia, che riesce a rendere cinematografico il testo di Maupassant, non seguendo l’ordine cronologico, ma affidandosi a flashback, ellissi e sbalzi temporali, che rendono  lo scorrere dei quasi 30 anni entro cui si svolge la vicenda. Splendido infine il lavoro sulla musica, composta da piano e suoni della natura, che seguono i movimenti di ogni singola inquadratura, sottolineando il modo in cui Jeanne osserva e sente ciò che le sta intorno.

Roberto Puntato

‘Wonder Woman’: riuscita miscela di generi con una protagonista perfetta

IMG_4009.JPG

Arriva finalmente il tanto atteso ‘Wonder Woman’ del DCEU e, lo scriviamo subito, il film ci ha convinto, nonostante qualche inevitabile scetticismo iniziale. La pellicola inizia nella Parigi dei giorni nostri, in cui la protagonista Diana, che lavora al museo del Louvre, riceve dalle Wayne Industries una valigia con l’originale di una vecchia foto che le riporta alla mente l’infanzia idilliaca nell’isola di Themyscira e il suo successivo e decisivo viaggio nel mondo degli uomini. Il film prosegue, quindi, come un lungo flashback, che ha inizio nell’isola dalle Amazzoni da cui Diana proviene, in cui, attingendo direttamente alla mitologia greca, la regista Patty Jenkins (‘Monster’) crea un mondo magico, dai colori accesi e dai paesaggi mozzafiato a picco sul mare cristallino. Un inizio di indubbio fascino, che ci immerge in un microcosmo interamente femminile sospeso e ovattato, in cui regna la pace ma ci si addestra severamente alla guerra: un paradiso terrestre che ha il sapore del divino, ma che vive inquieto nel ricordo e nel timore di un conflitto. Ed è proprio in riva al mare, subito dopo il ritrovamento di Steve Trevor, che assistiamo a una prima bellissima scena di battaglia tra Amazzoni e tedeschi che incanta per estetica e senso dell’action. Non bastano l’apprensione e i divieti  della protettiva madre Ippolita (Connie Nielsen) a fermare la volitiva Diana dal proposito di lasciare l’isola per combattere l’ignoto e temibile dio della guerra Ares, seguendo l’uomo che dal cielo è venuto a turbare l’equilibrio faticosamente raggiunto dalle Amazzoni. Dai colori verdeggianti di Themyscira si passa, dunque, alla Londra buia, sporca e fumosa del 1918, in cui Diana inizierà a comprendere che il mondo degli uomini gira ben diversamente da quello da cui proviene lei. Un mondo dominato dalla guerra, che, diversamente da quanto scritto dal creatore William Moulton Marston, è il primo conflitto mondiale anziché il secondo. Una licenza dovuta al fatto che gli scenari aperti, la più immediata necessità di un corpo a corpo e la minore tecnologia bellica favoriscono la protagonista Gal Gadot nella sua efficacissima performance. Va riconosciuta, dunque, alla sceneggiatura di Allan Heinberg la maturità di narrare una storia di base fantastica in un contesto storico ben definito, con scene di battaglia e di dolore da vero e proprio war movie. Ma il film di Patty Jenkins non sarebbe lo stesso senza la presenza scenica della modella israeliana Gal Gadot, assolutamente perfetta e credibile nei panni di Wonder Woman e nel rendere quella miscela di bellezza, incosciente sensualità, coraggio, forza e candore che contraddistinguono il personaggio e che non fanno sentire la mancanza della seppur magnetica Lynda Carter. La Jenkins sceglie di non cedere a una costruzione sopra le righe della sua protagonista, che pur essendo perennemente in scena, non sovrasta mai in prodezze e poteri i suoi partner, ma costituisce con essi una riuscita amalgama. A tal riguardo, buona è anche  la prova d’attore del belloccio Chris Pine, i cui duetti con la Galdot, specie quelli che evidenziano con arguta ironia i rapporti uomo/donna, risultano molto gustosi. Non c’è mai, inoltre, un solo momento in cui la bellezza o la femminilità di Diana vengano utilizzate come strumento per portare avanti la trama. Sono anzi il suo coraggio e la sua convinzione la forza trainante del racconto, come anche la sua purezza d’animo, spesso smarrita, che si contrappone alla brutalità e alla ferocia di un mondo di uomini che si uccidono senza nemmeno conoscere il loro nemico. Qualche difetto, però, ‘Wonder Woman’ ce l’ha ed è riscontrabile in un ritmo un po’ altalenante che dopo una prima parte che stupisce e coinvolge, cala in una seconda più convenzionale e meno appassionante, nonostante il divampare di qualche bella e concitata sequenza. Ma ciò che più disturba è il deludente finale, non aiutato da una poco esaltante cgi, che vede lo scontro tra la nostra eroina e il suo grande nemico, un non proprio convincente David Thewlis, che si trasforma in un pupazzone digitale che si dimena fra picchi infuocati, esplosioni e scariche elettriche. Abbastanza anonimi anche i due villain di Danny Huston, nei panni del Generale Ludendorff dell’esercito tedesco, e della spagnola Elena Anaya che interpreta il Dr. Poison. Sono, però, difetti perdonabili di un film non facile e da cui ci si aspettava tanto, che con convinzione possiamo definire assolutamente riuscito: una bella miscela di action, commedia, film in costume, bellico e mitologico. E un’opera che si distacca, specie nella sorprendente parte iniziale, dalla cupezza e dalla tragicità dei precedenti lavori del DCEU.

Roberto Puntato